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LA PIAZZA


Elizabeth S. Griffin

the Piazza

la piazza di Trebiciano (o Trebče in sloveno) è l’unico spazio aperto del paese. Non è lastricata né di ciottoli né di mattoni, non si trova tra begli edifici e non è una zona pedonale come in molte eleganti città italiane. E’ piuttosto un’area asfaltata ai bordi della strada principale che conduce dritto all’altopiano del Carso, fuori Trieste, e che attraversa un paese dopo l’altro.

Il resto del paesetto è tappezzato di case di pietra (alcune hanno persino il tetto di pietra) con piccoli cortili prospicienti o passaggi d’ingresso. La maggior parte delle case ha un giardino sul retro che si collega alla parte posteriore delle case che si affacciano sulla strada parallela. Tre o quattro giardini spesso si uniscono a formare uno spazio interno protetto con almeno un vialetto che lo colleghi alla strada principale. Quella di Trebiciano è una versione leggermente diversa rispetto alla tradizionale idea di piazza con le case una di fronte all’altra e nonostante questo è ingegnosa. piazzaLe strade che si intrecciano dentro e fuori sono così piccole che ci penso due volte prima di addentrarmici con la nostra grande auto familiare quando devo recarmi nei dintorni.

Da un lato della piazza si trovano la chiesa del paese e la scuola elementare. Vicino alla chiesa c’è l’asilo e sull’altro lato della piazza, oltre i bidoni dell’immondizia, i contenitori per la raccolta differenziata, la fermata dell’autobus con la pensilina in plexiglass e la cassetta per la posta, sorgono alcuni edifici storici. Il vecchio pozzo del paese si trova all’estremità più lontana della piazza ed è stato da tempo coperto con una rete metallica in modo che nessuno ci possa cadere dentro. La vecchia pompa è ancora lì, recentemente dipinta di verde bosco. Questi oggetti ora sembrano terribilmente obsoleti, così come le cabine telefoniche alla loro destra. Ma non occorre una fervida immaginazione per figurarsi come doveva essere la vita quando la gente era costretta a venire ogni giorno fino in città per prendere l’acqua.

Ad ogni modo, il tratto distintivo di questo spazio aperto è proprio questo. La sua spaziosità. Ci si potrebbero parcheggiare addirittura cinquanta macchine. Beh, forse non cinquanta, ma venti di sicuro. E’ l’unico spazio nel raggio di chilometri in cui i camion più grandi possono parcheggiare o fare manovra. Spesso la piazza è piena di utilitarie che si riuniscono prima o dopo il lavoro. Spesso ci sono anche pullman di turisti che fanno tappa nel “tipico paese carsico”. Ad attirare l’attenzione al centro del parcheggio - voglio dire della piazza - c’è un… em… monumento costruito in roccia carsica, in una forma che ricorda vagamente quella di un monumento. Ovvero diritto e alto. E’ stato eretto in memoria dei caduti della seconda guerra mondiale, un periodo sanguinoso, aspro e confuso per questa parte del mondo. Spesso, la prima cosa che la gente nota quando vede il Carso per la prima volta, è la sua asprezza. Dopo aver ascoltato alcune storie sulla guerra, credo di aver dato una nuova accezione al significato della parola malinconia. Qui sembra che la terra ne sia completamente pervasa.

Tornando alla pietra - voglio dire al monumento -, questo si trova sopra una stella di cemento, un tempo di un colore rosso vivo, ora tendente al grigio, a sottolineare la lealtà al comunismo e alla Iugoslavia. Attorno alla base della stella c’è un’aiuola sempre coperta da fiori di stagione di colore rosso brillante. I miei preferiti sono i tulipani che sbocciano ad inizio primavera. L’aiuola è circondata da una catena e infine c’è un vialetto lastricato di marmo. Potrebbe sembrare enorme, ma in realtà è un monumento piuttosto piccolo. Funge da sparti-traffico nel mezzo della piazza, in modo che macchine e camion possano fare inversioni a U. Quando qualcuno in paese muore, vengono messi dei bouquet di fiori in sua memoria alla base della stella.

Arrivo a Trebiciano da fuori. Cioè, vivo a dieci minuti di distanza e ci vado per portare i nostri figli a scuola e per riprenderli al pomeriggio durante la settimana. Di mattina, la piazza sembra un’edizione flash del telegiornale:

  • Elena deve aver partorito il suo secondo figlio perché ora spinge un passeggino mentre accompagna in seconda elementare il primo che ha sette anni. E può finalmente richiudere la zip della giacca a vento sopra la pancia.
  • Marco, uno dei membri del consiglio comunale del paese, continua a non rivolgere la parola a suo fratello e sua moglie che vivono vicini. Entrambi portano i loro bambini a scuola, ignorandosi a vicenda. Nessuno sa perché le cose fra i due vadano così male, fatto sta che i due fratelli e le loro mogli non si parlano mai. La cosa strana è che entrambi hanno avuto i loro bambini nello stesso identico periodo (stesso mese e stesso anno) e ora si trovano spesso nella stessa classe per le riunioni dei genitori. La prima volta che ho visto le due bambine più grandi delle due famiglie, ho pensato fossero gemelle, e solo dopo ho scoperto che erano cugine, accomunate solamente da una coppia di nonni.
  • Flavia ora ha tre figli. Ne accompagna uno alle elementari e riparte in macchina per poi fermarsi una ventina di metri più avanti e portare il secondo all’asilo. Da lì prosegue fino alla casa di sua madre dove lascia il più piccolo prima di andare a lavorare presso una banca in città.
  • Alessia dovrebbe essere al lavoro oggi. Sua sorella sta accompagnando tutti i bambini a scuola. Le due sorelle vivono vicine con i loro rispettivi mariti e bambini in una casa bifamiliare che hanno costruito assieme. Sono entrambe parrucchiere nello stesso salone giù in città e cercano di non lavorare tutte e due nello stesso giorno, in modo che mentre una lavora, l’altra si occupa dei bambini.

Le macchine vanno e vengono e queste e altre scene si aprono a chiunque stia osservando in quel momento. Si sa chi ha l’influenza, chi è in vacanza, chi è in ritardo e chi è di malumore. Si potrebbe fare un elenco lunghissimo, e tutto nel giro di venti minuti.

Quando mio figlio ha iniziato la terza elementare, la sua classe è stata spostata al secondo piano dell’edificio di due piani. “Mamma,” mi ha detto con gli occhi raggianti per l’eccitazione, “dalla finestra della mia classe si vede tutto!” Mi aspettavo aggiungesse qualcosa del tipo: “riesco a vedere l’orizzonte” o “riesco a vedere le doline” (gli avvallamenti del terreno tipici del Carso). Invece mi ha detto “riesco a vedere tutta la piazza!”.


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