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Elizabeth Griffin

Alma Al Cimitero

Elizabeth S. Griffin


Trieste, Italy

Faccio visita al cimitero ogni volta che entriamo e usciamo da Piccione. Il paese, di qualche centinaio di abitanti, si trova sulla strada per Colombella. Il cimitero circonda un piccolo pendio che copre in tutto circa mezzo chilometro quadrato e si stende su un tratto asfaltato che con il passare del tempo è diventato sempre più industrializzato. Nonostante i camion ed altri segni di modernizzazione, si può ancora respirare quell’atmosfera di vita rurale di un piccolo paese di passaggio. Vicino al cancello d’ingresso del cimitero c’è un negozio di fiori con una fontana da cartolina sul davanti. Blocchi riempiti da bare, disposti per file da quattro e da cinque, fanno da muro al cimitero. All’interno c’è un cortile ben tenuto con centinaia di piccole tombe complete di mazzi di fiori freschi e di candele che durano giorni. Dopo quindici anni di visite con la famiglia per andare a trovare i parenti di mio marito nell’Italia centrale, ero felice di poter finalmente accompagnare zia Alma, il sabato mattina, nelle sue regolari pulizie del mausoleo al cimitero del paese.

crossesLa prima tappa fu alla tomba della famiglia Benci. Non ci si dà molta importanza ma è uno dei più grandi mausolei del cimitero, costruito interamente in marmo bianco. Un vetro sottile permette di guardarci dentro. Sulla parete opposta c’è una piccola riproduzione della Madonna col Bambino, un affresco del XIII secolo che si trovava su un muro nel centro di Piccione e che fu poi trasferito in un museo. Una lanterna pende nel mezzo, sopra un enorme vaso di fiori cambiati regolarmente ogni settimana.

Su un lato, sopra le altre tombe, si trovano Ernesto e Giulia, la coppia di nonni morti da così tanto tempo che nessuno ne ricorda più la data di morte. Il loro “cassetto” è così in alto da farmi male il collo per cercare di leggere le loro date di nascita e di morte. In quello più basso, che occupa tutto il secondo piano sta Federico Benci , l’omonimo di nostro figlio e il principale sostegno alla vita e alle ricchezze dei Benci a Piccione. Fu lui a fondare l’azienda di imballaggi per conservare il cibo durante la guerra, per la gente che si nascondeva dai raid nazisti in paese, e da lui dipendevano le loro vite. Alide, la moglie di Federico, sta sotto e anche lei occupa un intero piano tombale. Era la suocera di Alma e guidò la famiglia come fece suo marito per venticinque anni, dopo la sua morte. Sotto Alide ci sono due spazi vuoti. Alma mi disse che uno era per il padre di mio marito e quello più in basso per mia suocera, se lo avesse voluto. Sulla parete opposta gli zii Erminio ed Ernesto occupano il piano più alto, mentre i cugini Ezio ed Eliana quello inferiore. Gli altri due erano vuoti, immaginai, per Alma e suo marito, ma aspettai un momento più opportuno per chiederglielo. Mentre si preparava alle pulizie, mi spiegò che dopo trent’anni le salme vengono transferite in un contenitore più piccolo nella cripta per fare posto agli altri. In questo modo si crea spazio per i nuovi, a seconda delle scelte che le generazioni future prenderanno.

Alma tornò indietro per prendere la sua scopa, la pattumiera e il panno per pulire anche se tutto è già fornito dal cimitero. Mi disse che preferiva avere i suoi. E per farlo, li riponeva in un nascondiglio segreto sul retro del mausoleo.
Alma prese il vaso della settimana prima e lo rovesciò sull’erba asciutta del cortile. “Ah” disse, “I fiori non durano tutti questi giorni”. Abbassai lo sguardo verso i gigli rosa chiaro e il velo di sposa viola con invidia. A casa nostra quei fiori sarebbero rimasti nell’acqua per almeno un’altra settimana. Purtroppo, però, avevano perso il loro splendore e, per quelli preoccupati a salvaguardare l’immagine della famiglia, dovevano essere gettati. Da lì, scese le piccole scale che portano all’entrata del cimitero per andare al negozio di fiori.

Stavo pensando al fatto che mi ero messa un bel vestito per la nostra uscita mattutina, credendo di dover apparire decorosa per una passeggiata nel cimitero. E sentii di aver fatto la scelta giusta quando Alma mi disse che doveva andare di sopra a cambiarsi prima di partire. Fui sorpresa quando arrivò sull’uscio, pronta a partire. Aveva sostituito il suo vecchio vestito da casa con un altro ancora più vecchio. Sul davanti aveva due grandi tasche. Da una tirò fuori dei soldi, dall’altra un fazzoletto con cui si asciugò la fronte. Entrata nel negozio, si espresse in modo chiaro con la commessa. Le disse che voleva dei bei fiori che potessero mantenere i loro colori vivaci il più a lungo possibile. La voce di Alma era energica e piuttosto insolita in pubblico ma mi chiedevo se non stesse tirando fuori un pò del suo rancore dato che nei giorni passati l’avevo sentita borbottare qualcosa a proposito di fiori rubati per essere rivenduti.

Alide, la suocera di Alma, morta qualche mese prima, aveva specificato nel testamento il suo desiderio di avere sempre fiori freschi. Dopo cinquantacinque anni di vita nella stessa famiglia, Alma era in grado di fare onore anche a questo dovere. D’altronde era già abituata a pulire le tombe di sua mamma, di sua zia e di suo zio così come il mausoleo dei Benci, il quale aveva sempre avuto bisogno di pulizie regolari. Nella voce di Alma sembrava persino esserci uno straordinario bisogno di fare un lavoro fatto bene. Cinquantacinque euro in tutto per un enorme bouquet di piccole viole mammole, veli di sposa rosa e fresie rassomiglianti a fuochi artificiali gialli-arancio. Un bouquet quasi troppo grande da portare.

Ritornammo alla tomba di famiglia. Alma chiacchierava camminando, ogni tanto uscendo con un “oh bea”. Nel dialetto umbro, usano la prima sillaba del nome preceduta da oh per chiamare qualcuno. E’ un segno d’affetto, e di solito chiude ogni frase in conversazioni  informali e disinvolte. Per esempio: “che c’è per cena, oh ma” (diminutivo di mamma). Nel mio caso, in piccionese BEA sta per BETTI, diminutivo di Elisabetta. Allo stesso modo mi rivolgo ad Alma con “oh a”.

Alma posò tutti i fiori sull’erba, vicino a dove aveva gettato quelli vecchi. Il cimitero ora si era animato in modo frenetico ma silenzioso di foulard, vestiti da casa, pantofole, donne che facevano le pulizie. Usavano scale a pioli per salire alle loro tombe di famiglia, le spolveravano, le lucidavano, cambiavano i fiori. La scena mi ricordava un alveare, una specie di rito fatto di movimenti molto indaffarati.

Cominciai a guardarmi attorno mentre Alma faceva le sue pulizie. Notai una struttura piuttosto strana ma allo stesso tempo adeguata in mezzo al cimitero nell’estremità più lontana. C’era uno splendido mosaico per terra, e quando mi avvicinai vidi che era un giardino di rocce con un sassolino di colore diverso per ogni quadratino. C’erano più quadratini di quanti ne potessi contare, ognuno dei quali riempito da centinaia di pezzi selezionati dello stesso tipo. Il mosaico si estendeva verso delle rocce e dei muri di marmo così da creare una graziosa entrata. Il mio occhio venne catturato da una grande foto, quasi a grandezza naturale, di un militare ventiseienne di alto grado della marina italiana. C’erano onorificenze e dediche ovunque. La struttura era interamente in marmo con un’apertura che permetteva alla luce del sole di filtrare ad ogni ora della giornata. Lo spazio sembrava chiuso ma allo stesso tempo aperto grazie al giardino di rocce sempre in vista. La lastra di marmo che copriva la tomba era priva di decorazioni ma Alma, più tardi, mi avrebbe spiegato che di solito veniva abbellita con temi di stagione, in occasione di Natale, Pasqua, ecc. Alma venne a prendermi e mi disse che i genitori non facevano altro che spendere per questa tomba. Il loro figlio era morto da diciotto mesi e questo era ciò che avevano creato.

Tornando alla tomba dei Benci, Alma aveva usato la metà dei fiori comprati. L’altra metà era ancora sull’erba. Li raccolse in fretta e mi disse di seguirla. La prossima tappa era alle sue tombe di famiglia.

La sistemazione, qui, era più modesta. C’erano tre o quattro tombe sul quarto, quinto e sesto piano che immaginavo essere i punti meno ambiti, dato che non sono né facili da vedere per il pubblico, né agevoli per le pulizie. Alma si fece strada con la scala e rialzò tutti i vasi di fiori retti da anelli di ferro. Gettò i fiori e li sostituì con quelli che le erano rimasti. Spolverò e lucidò tutte le lastre di marmo e per ultimo quella alla base di questa colonna di tombe. Mentre la osservavo lavorare in quell’ordine preciso, mi chiedevo se qualcuno sapesse della sua routine al cimitero. Aveva due figli quarantenni non sposati e poche possibilità che nuove donne o bambini entrassero a far parte della sua famiglia, di sicuro non dai paesi vicini.

Mentre proseguiva con il suo lavoro, Alma mi raccontò dei morti nelle tombe attorno a noi: un bambino di nove anni colpito dalla meningite, la zia di una sua amica che fece cadere una sigaretta sulle calze mentre era in macchina e morì tra le fiamme, chi era caduto in guerra, chi era morto in incidenti, vite più lunghe, vite più brevi, circostanze, racconti. Mi elencò queste notizie spiacevoli così velocemente ed ininterrottamente che sentii le mie gambe cedere al peso del rimorso che i parenti più vicini dovevano avere provato. Nel mezzo del trambusto e di quella specie di lista mentale di quelli che Alma aveva conosciuto e che erano morti, la madre del marinaio ventiseienne entrò nel cimitero. Aveva un’espressione orgogliosa mentre si fermava spesso a salutare le altre donne. Alma mi consigliò di andarle a dire che ero stata alla tomba di suo figlio e che l’avevo trovata bella. Feci come mi aveva suggerito. La madre guardò Alma, senza dubbio come per chiederle spiegazioni riguardo al mio accento e alle mie origini. Alma le disse che ero americana, cosa che trovai alquanto strana. Io, al posto suo, avrei detto: è mia nipote o qualcosa del genere, ma immaginai che i legami famigliari fossero dati per scontati quando si trattava di andare a fare le pulizie al cimitero. La madre rispose dicendo che avevano eretto quella tomba come una celebrazione alla vita del figlio e non in ricordo del loro infinito dolore di genitori. La gente era invitata a fare uso dello spazio ogni qualvolta lo avesse voluto, per leggere il giornale, per pensare, per sedersi. Detto questo proseguì per la sua strada. E Alma ed io finimmo il nostro lavoro.

Riflettei sull’idea di andare al cimitero per sedermi su una tomba a leggere il giornale. Ma forse è il lutto che ci proietta dove vuole lui.

“Ciao Mamma, cocca mia. Ci vediamo la prossima settimana.”. Guardai Alma baciare la tomba di sua madre mentre parlava con una voce simile a quella che usava con me.

Riponemmo gli utensili per le pulizie e ci preparammo ad andarcene. Tutti i fiori erano stati adoperati per quelli che risultarono essere cinque bouquet. Quei bei gigli, così come gli altri fiori, erano stati buttati nella spazzatura. Ritornai al mausoleo del marinaio per salutare la madre ma la vidi seduta tranquillamente in preghiera e decisi di non disturbarla. Mentre stavamo per uscire, mi feci avanti e chiesi ad Alma dove avrebbe voluto essere sepolta: nel mausoleo dei Benci o nella fila delle sue tombe di famiglia? Come se ci avesse riflettuto da una vita e avesse saputo benissimo tutte le implicazioni diplomatiche a riguardo, mi rispose quasi allegramente: “non importa finché resteremo tutti assieme.”

Ci avviammo verso casa. Il caldo di mezzogiorno si era fatto opprimente ed era quasi impossibile restare in macchina. Alma stava sudando da tutti i pori. Appena arrivammo nel vialetto di casa corse dentro e si sedette nella sua cucina bella fresca, quasi affannata. A dir la verità, mi chiesi se soffrisse un po’ di paranoia dato che, a pensarci bene, non esce mai di casa. Ad ogni modo poteva semplicemente essere il caldo.

Oppure, forse, si rese conto solo in quel momento a chi aveva inavvertitamente rivelato il suo lascito.



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