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Dono di Primavera


Elizabeth Griffin
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TulipSabato mattina io e mio marito siamo usciti un’oretta per fare una passeggiata alla fiera del giardino nel parco del vecchio ospedale psichiatrico, una meravigliosa estensione di terreno che ricopre parte del pendio che porta a Trieste dall’altipiano del Carso, appena fuori città. Si tratta di un complesso di edifici, la maggior parte dei quali ha dettagli in ceramica e mattonelle colorate sotto i cornicioni.

Mi ero messa un nuovo foulard. Avevo appena terminato la terza delle sei sedute e la mia testa allora era quasi completamente calva. All’inizio dell’anno mi avevano diagnosticato un tumore e altre complicanze al seno destro. Dopo due operazioni e dodici giorni di ospedale, ero arrivata alla seconda fase della mia dura esperienza: la chemioterapia. Mi sentivo debole nella mia tuta da ginnastica e la nausea mi rendeva la guida difficile. Abbassai i finestrini della macchina e decisi di godermi il sole.

La fiera era molto affollata. Con un po’ di fortuna, trovammo un parcheggio di fronte alla vecchia cappella, con Maria e Gesù ancora visibili sul passaggio ad arco sopra l’ingresso. La gente ci assomigliava. Coppie, coppie e ancora coppie impegnate a discutere la collocazione ideale, il periodo di fioritura, l’esposizione al sole, quello che va o non va. Era una folla un po’ avanti negli anni. Cos’è che ci trasforma in giardinieri, quando siamo in compagnia? Forse la gioia di veder crescere qualcosa insieme? Il colore era ovunque. C’erano esperti di iris, orchidee, prodotti alla lavanda, piante aromatiche. Ho visto cespugli di rose, piante rampicanti come la buganvillea e le clematidi. Supporti ad arco. C’erano una dimostrazione su come dare a una siepe una forma artistica e vari attrezzi esposti. La bancarella dei libri di giardinaggio. Gli alberi da frutto, i cornioli, le magnolie, le camelie. Una bancarella vendeva tutti i fiori che si trovano nei campi sulla strada verso casa nostra. Era strano vederli raccolti in vasetti. Respirammo a pieni polmoni. L’euforia della nuova stagione era nell’aria e noi eravamo parte di essa.

Ad un certo punto abbiamo notato qualcosa di nuovo: le piante carnivore, delle piantine con delle targhette infilate nei vasi, raffiguranti dei dinosauri rosa e delle etichette con su scritto “Ciao, io mangio insetti”. Il mio stomaco stava ancora facendo le capriole per tutto quel movimento, così mi sedetti sul marciapiede aspettando che Maurizio, mio marito, esaminasse le novità. Riesco a vedere lo sguardo che ha negli occhi quando è affascinato da qualcosa. Non servirebbe a niente dirgli: “Vieni tesoro, andiamo.” La cosa migliore da fare in momenti come questo, se proprio l’Italia (e Maurizio) non mi hanno insegnato nient’altro, è mettersi comodi e godersi l’attesa. Maurizio aveva individuato le varie specie di piante carnivore e si era fatto un’idea su come combattere d’estate alcuni insetti. Aveva anche pensato che sarebbe stata una cosa divertente per i nostri bambini. Il negoziante, in perfetto stile italiano, cominciò a spiegarci i vari problemi correlati all’indigestione (non bisogna darle troppi insetti da mangiare tutti in una volta o mettere le dita troppo vicine alle foglie per evitare che la pianta le tenga aperte, cosa che le provocherebbe l’equivalente della bocca secca). Io rimasi seduta sul marciapiede ad osservare girasoli, bocche di leone e non-ti-scordar-di-me in miniatura. Il suo ultimo consiglio fu quello di tenere la piantina esposta al sole e di darle tanta acqua. Una volta concluso l’acquisto, proseguimmo.

Il nostro cestino si stava riempiendo. Dei tageti per le bordure, delle petunie per le fioriere, un nasturzio, delle margherite, delle violette e due dalie. E per quel giorno sarebbe stato tutto. Con calma tornammo alla macchina. Mentre stavamo camminando, incontrammo un’altra coppia che si dirigeva all’uscita. Ci sorridemmo a vicenda e io feci una battuta a proposito di portare a casa i nostri tesori. Chiesi loro se potevo dare un’occhiata al loro cestino. Avevano solamente una pianta: un cactus delle dimensioni di un’anguria con delle spine aguzze che sbucavano dappertutto. Feci una risatina e chiesi loro se aveva un nome. L’uomo, in un buffo italiano, mi rispose che si chiamava “cuscino della suocera.”

Sapevamo che i nostri bambini sarebbero stati interessati ai nostri acquisti ma non immaginavamo quanto. Fu come portare a casa un animale domestico. Quando andammo a prenderli a casa della baby-sitter, spiegammo loro cosa c’era nel bagagliaio. Ci guardarono come se avessimo appena fatto un colpo grosso. Quando aprimmo il portellone, si misero a spiare dentro come se potesse saltare fuori un mostro.

La pianta e l’etichetta con il dinosauro rosa ebbero subito il posto d’onore in casa nostra. I bambini cominciarono a raccogliere insetti morti e a lasciarglieli intorno. Riempimmo il piattino attorno al vaso con dell’acqua. I bambini strillavano per l’eccitazione quando provavano a toccare questa o quella foglia. E mio marito era molto soddisfatto di aver acquistato un insettifugo ecologico.

Abbiamo avuto da fare tutto il pomeriggio, piantando senza sosta nel terreno sollevato tra gli olmi che avevamo preparato l’anno scorso. Abbiamo anche fatto degli enormi progressi nella nostra aiuola di rododendri, azalee ed ortensie in lento sviluppo. In più siamo riusciti a piantare i peperoni e gli arbusti di mirtillo. A fine giornata, la nostra piantina carnivora era circondata da acqua e insetti portati in dono. Sembrava a proprio agio. Una delle sue piccole… come si chiamano? chele…si era aperta leggermente e si poteva vedere benissimo un insetto che giaceva al suo interno. Immagino che la pianta stesse cominciando a… ehm… digerirlo. I bambini dissero che la volevano mettere sul davanzale della loro camera e si misero a litigare per portarla in casa.

Dopo esserci preparati per andare a dormire e spente le luci, abbiamo sentito nostro figlio più piccolo scendere dal letto in punta di piedi ed entrare in camera nostra. “Pappi” disse, “ehm, puoi portare via la pianta dalla nostra camera? Ho paura che venga a mangiarmi.” Mio marito ha un atteggiamento piuttosto rilassato. Di solito esita sempre un po’ prima di preoccuparsi di quello che i bambini gli chiedono per vedere se stanno dicendo la verità o se è solo frutto della loro immaginazione. Ma quando uno dei bambini è spaventato nel bel mezzo della notte, sa cosa fare. Scese dal letto, prese la pianta, la sistemò in cucina, dopodichè riportò Gilbert nel letto inferiore del letto a castello. La mattina dopo Gilbert era in piedi prima dell’alba per chiedere al Pappi di riportare la pianta nella sua camera. Il sole era sorto, riportando il coraggio nell’atmosfera.

Abbiamo sempre cercato di tenere le paure dei nostri bambini sotto controllo. Ma ci siamo accorti che, da un giorno all’altro, Gilbert si rifiutava di entrare nell’acqua. E nostro figlio più grande, che allora aveva sette anni, cominciò a sviluppare un’incontrollabile fobia per gli ascensori. Ci venne un grosso nodo alla gola quando una sera, nel bel mezzo della cena, Gilbert mi disse: “Mamma, se io muoio, tu sarai ancora la nostra mamma?”. Cercavamo di fare del nostro meglio per non far sapere loro delle sedute di chemioterapia, tenendoli occupati con varie attività, qualsiasi cosa pur di tenerli lontani per i due o tre giorni successivi a ogni seduta perché vomitavo spesso.

Uscii sul balcone. Sapevo come scegliere i foulard per nascondere il mio cranio nudo, ma in quel momento lasciai che il sole mi scaldasse la testa. Le begonie dovevano essere potate. I gerani erano pieni di giovani foglie e pareva che i fiori sarebbero usciti da un momento all’altro. I fiori del ciliegio in giardino se n’erano andati quasi del tutto. La fioritura dei tulipani e dei narcisi per quell’anno era finita. Le rose sembravano in piena salute e pronte a fiorire. Sentivo il profumo dei gelsomini e dei glicini in cortile. La primavera era con me. Gilbert era in casa a osservare la pianta carnivora. Sembrava determinato a studiare l’oggetto delle sue paure con la speranza di vederle svanire. Avrei seguito il suo esempio.

photo courtesy of Ken Grooms


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